Il citomegalovirus o CMV è riconosciuto come un virus che non provoca conseguenze a parte in alcune condizioni particolari, in donne in gravidanza non immuni, con rischi elevati più per il feto che per la persona, responsabile dunque di malformazioni e malattie di una certa gravità. Pazienti immunodepressi, cioè con una situazione clinica compromessa in cui il proprio sistema immunitario è danneggiato e debole, come ad esempio persone affette da HIV, malati oncologici o coloro che hanno subito trapianti. Generalmente queste sono le categorie più a rischio.

Un agente patogeno che fa parte della famiglia del herpesvirus, insieme alla varicella, herpes o mononucleosi. La particolarità di questo virus è che come tutti gli herpesvirus, riesce a nascondersi nella cellula ospite e rimanerne all’interno per tantissimo tempo, poi appena sopraggiungono le condizioni adatte, l’abbassamento delle difese immunitarie, proprio come in gravidanza, si potrebbe riattivare. Nonostante abbia la capacità di rimanere silente, il virus continua a essere eliminato con i liquidi corporei per mesi o anni dopo la prima infezione. Significa che una volta contratta, passata la fase della sintomatologia conclamata, il virus si può diffondere ugualmente attraverso il contatto. La terapia viene fatta esclusivamente con farmaci antivirali e non con semplici antibiotici.

Il citomegalovirus è alla fine molto comune e nei soggetti sani si manifesta con sintomi non particolarmente preoccupanti e soprattutto senza conseguenze. Si può non manifestare affatto ed essere dunque asintomatico, oppure presentarsi con febbre, stanchezza generale e dolori muscolari, considerati i sintomi principali.

Si tratta di una patologia di facile contagio, che può avvenire attraverso il contatto con saliva o sangue infetto, quindi con il latte materno, da organi trapiantati, trasfusioni o da madre a figlio sia durante la gravidanza che il parto, ovviamente anche avendo rapporti sessuali con persone infette.

L’unico modo per prevenirla, quello di avere una certa accortezza nell’igiene personale, a maggior ragione se si è in dolce attesa. Ricordatevi di lavarvi spesso le mani, evitare i posti affollati oltre che luoghi con molti bambini, come le scuole ad esempio, principale focolaio di contagio. Non utilizzate posate o effetti personali di altri che li conosciate o meno, come per esempio lo spazzolino. Infine, la pulizia della casa, in particolare delle superfici che potrebbero essere contaminate da fluidi corporei, saliva, urina, feci, liquidi seminali e sangue.

Il citomegalovirus contratto durante il primo trimestre di gravidanza da una donna non immune, quindi che non ha mai avuto il virus è responsabile di danni fetali seri, che variano da disabilità fisiche e mentali, sordità, encefalopatie congenite, disturbi mentali e comportamentali, si pensa siano tutte possibili conseguenze di un’infezione provocata da CMV non diagnosticate alla nascita. Altre manifestazioni cliniche importanti sono polmonite ed epatite, danni e gastroenteropatie, quali reflusso gastro-esofageo, enterocolite emorragica, dovute alla presenza dell’agente patogeno nel liquido amniotico, ingerito dal feto. Infine, sindromi convulsive, microcefalia, idrocefalo, calcificazioni e difetti di sviluppo cerebrali. Per la madre invece, i rischi sono aborto e sterilità.

Tuttavia, la presenza di anticorpi anti-CMV prima della gravidanza assicura una protezione molto elevata, per cui il feto è infettato prevalentemente in seguito a infezione materna di tipo primario. Per questo motivo i primi esami che vengono assegnati alla donna appena a conoscenza della propria situazione di gestante è la rilevazione di anticorpi, IgG, con cui si stabilisce se la donna è stata in contatto con il virus, senza però stabilirne il periodo, cioè se l’infezione risulta in atto o passata. In caso di negatività è necessario prestare la massima attenzione per evitare qualsiasi possibilità di contagio. Il test per rilevare gli anticorpi IgM, invece, stabilisce eventuali infezioni recenti, però si consigliano dei test integrativi per garantire la massima affidabilità, insieme al test di avidità delle IgG.

Impossibile stabilire l’effettiva trasmissione del virus al feto con una semplice ecografia, a meno che non si tratta di malformazioni visibili. L’unico modo per capire se il piccolo abbia contratto il virus è l’amniocentesi, esame invasivo con cui viene prelevato del liquido amniotico, eventualmente attraverso analisi del sangue fetale.
Nel caso in cui si scopre che il virus è nell’organismo della gestante, l’unica cosa che può essere fatta è limitare al minimo le probabilità che il feto venga contagiato. Per questo la prassi prevede la somministrazione d’immunoglobuline per via endovenosa, almeno una volta al mese, così da dare alla madre sufficienti anticorpi che impediscono al virus di diffondersi evitando che il feto venga contagiato. Laddove invece, il CMV abbia raggiunto il feto, si forniscono al bimbo direttamente anticorpi necessari per contrastarne l’agente patogeno al fine di limitare i rischi e le conseguenze che questo potrebbe generare.

Purtroppo ancora oggi non vi sono dei trattamenti che possano impedire la trasmissione da madre a feto o vaccini per prevenire il contagio.

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